EDUCAZIONE AL CONTATTO   COS'È IL BUON CONTATTO

Effetti fisiologici della Carezza


Cos'è il BUON CONTATTO

 

Dopo avere divulgato per molti anni i principi della "tenera amorevole cura" e incontrando sempre la difficoltà di una definizione "sana" di che cosa è "contatto" abbiamo coniato il termine "Buon Contatto" per definire con immediatezza e chiarezza una visione positiva  e affettiva del contatto .

 

 

Definizione: "Il Buon Contatto è quel Contatto che nasce da una percezione

costante ed integrata di sè e dell'altro con presenza, empatia ed affettività" di Sandra Salmaso e Sergio Signori,  2008

 

La PELLE è il nostro limite corporale ed il contenitore psichico della nostra IDENTITA'.

La PELLE  ha due principali funzioni: quella di “proteggere” delimitando i confini dell’io corporeo e quella di “sentire la fusione” con l’altro, quando ad esempio restiamo abbracciati e ci sentiamo un tutt’uno.

La trasformazione del limite corporale” è uno degli effetti più importanti della Carezza.

“E solo trasformando il nostro limite corporale” spiega lo psicologo e antropologo cileno Rolando Toro Araneda, “in qualcosa di plastico, capace di sentire e di proiettare e irradiare la nostra identità possiamo vincolarci autenticamente con le altre persone e con l’universo intero. La duttilità della pelle (sensibilità tattile) e della muscolatura (cinestesia) è di importanza vitale per una identità sana”. 

Sensibilizzare la pelle toccandola adeguatamente significa dunque sensibilizzare la nostra identità, noi stessi. Oltre che a livello esistenziale, la carezza induce trasformazioni anche a livello organico: dare e ricevere carezze ha lo stesso potere di certi farmaci, poiché attiva nelle cellule il processo di produzione delle endorfine e di alcuni ormoni: è come un tocco “magico” che sana.


La prima esperienza 

La prima esperienza di contatto è con la madre. I gesti affettivi che permettono al neonato di crescere sano e sicuro, amabile e forte sono i gesti più antichi dell’accudimento e del dare e ricevere affetto: cullare, abbracciare, accarezzare, baciare, stare vicini, guardarsi.
La soddisfazione di questa esigenza è fondamentale per conquistare sicurezza e la convinzione di essere desiderati e stimati, condizione necessaria perché l’adulto sia poi in grado di sentirsi coinvolto e consolidato nella relazione con l’altro.
E’ grazie al contatto con la madre che, normalmente, il bambino apprende nei primi giorni di vita che c’è sempre qualcuno disposto a prendersi cura di lui e a soddisfare i suoi bisogni. E’ in questo modo che il neonato apprende, come atteggiamento fondamentale, il principio positivo che può fidarsi dei congeneri; atteggiamento che Erik Erikson  chiama “fiducia originaria”.Tale fiducia è il pilastro della personalità sana. Noi ne diamo prova in infinite situazioni della vita quotidiana, sia che ci affidiamo ad un mezzo di trasporto pubblico, sia che chiediamo informazioni a qualcuno: noi ci attendiamo del bene dai nostri congeneri, e nulla amareggia più di una fiducia delusa.
La fiducia originaria è la premessa di ogni atteggiamento positivo verso gli altri, della capacità di identificazione con la collettività e di ogni forma d’impegno sociale e più in generale della capacità d’amare. 
L’amore dunque s’impara sulla pelle. Una buona relazione con la madre (o con la madre succedanea) si intesse su una trama di reciprocità: il piacere del contatto corporeo gratifica e soddisfa sia il bimbo, sia la madre. Un buon contatto tra padre e figli dona sicurezza e stabilità.

 

Amore e sviluppo


Una condizione ambientale che assicuri una qualità di reciprocità e sincerità affettiva permette di esprimere e sviluppare comportamenti spontanei, naturalezza nel contatto, piacere corporale e accoglienza. In queste condizioni la dimensione della comunicazione può raggiungere un grado d’integrazione molto elevato, manifestando la capacità di un contatto caldo e accogliente: un contatto affettivo. Cosa succede invece, quando questo non accade?
Renè Spitz, noto neuropsichiatria infantile, ha compiuto un’accurata ricerca sugli effetti neurofisiologici del contatto e della carezza su bambini, ospedalizzati oppure orfani, in condizione di deprivazione . Le sue ricerche hanno rappresentato una rivoluzione in pediatria perché hanno evidenziato che le carezze e il senso di sicurezza, come quello trasferito tenendo per esempio in braccio il bebè, sono fattori essenziali per lo sviluppo. I suoi studi hanno dimostrato che, nei bambini privati nei primi mesi di vita delle più elementari forme di amore, non si stabilisce un collegamento adeguato tra corteccia cerebrale e diencefalo, ponte fondamentale per poter sperimentare la relazione fra il mondo esterno e il mondo interiore, emozionale e viscerale.
Quando il bambino non può sviluppare la “prevista” relazione personale con la madre si verificano in lui disturbi evolutivi che possono giungere sino alla sindrome d’abbandono.
I bambini che hanno carenze di affetto materno, o da parte di chi si prende cura di loro, ritardano nella crescita e riportano danni irreversibili nell’aspetto motorio, affettivo, del linguaggio e dello sviluppo intellettuale.
Nello “Studio psicoanalitico sul bambino”, intrapreso per studiare il fenomeno del marasma infantile e della morte per depressione anaclitica, René Spitz descrive gli effetti dell’istituzionalizzazione prolungata in bambini al di sotto di un anno di vita. Tale ricerca, evidenzia come, a causa dell’assenza di tenerezza e amore, il 60% dei bambini presi in esame, malgrado fossero ben alimentati e ricevessero le cure igieniche e cliniche indispensabili, morivano prima dei due anni di età.

 

Dalla vita pre-natale a quella post-natale


“Per i bambini piccoli essere portati, cullati, accarezzati, essere tenuti, massaggiati” scrive Frederick Leboyer, grande innovatore della pediatria mondiale “sono tutti nutrimenti indispensabili, come le vitamine, i sali minerali e le proteine, se non di più. Se viene privato di tutto questo e dell’odore, del calore e della voce della madre che conosce bene, il bambino, anche se gonfio di latte, si lascerà morire di fame” .
L’affermazione di Leboyer viene ripresa e dimostrata da Harry Harlow con un’ormai storico esperimento effettuato su due gruppi di piccoli lattanti di scimmie che potendo scegliere tra due pupazzi-madre mostrarono di preferire senza ombra di dubbio la madre di stoffa che irradiava calore, alla madre meccanica dotata di seno artificiale pronta a sfamare i piccoli ad ogni secondo, ma priva di pelliccia. 
Risultati analoghi sono stati evidenziati da numerosi altri ricercatori; tra gli studi più celebri ricordiamo quelli di Levine  svolti su due gruppi di cavie, uno regolarmente accarezzato, l’altro no; di Spitz che ha dimostrato l’influenza negativa della carenza affettiva nel recupero dell’infanzia abbandonata; di Margareth Ribble che ha avuto il merito di evidenziare la necessità di tre tipi di stimolazione sensoriale per una crescita sana: il contatto tattile, il movimento cinestesico e il canto.

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